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16 settembre 2004

Il grembiule delle libertà

Primo giorno di scuola: quattro su diciotto con il grembiule. Gli altri? Senza. Una prima elementare a caso, in un piccolo centro. E chi pensasse che si tratta di una violazione di una qualche regola prepari la sua migliore faccia delusa. Nell'Ottocento il grembiule venne introdotto nelle scuole italiane. Ad imitazione della Francia, dove il divieto di esternare simboli vistosi ha evidentemente radici più profonde di quelle che sembrano oggi alla base della legge contro velo, crocifissi giganti o copricapo ebraici.

Nel 2001 in Sicilia la Regione autonoma impose il grembiule. In Germania tanto i Verdi che la Cdu hanno proposto di introdurlo. Per Australia, Inghilterra, Belgio ed anche Stati Uniti l'uniforme a scuola è regola imposta. Ma in Italia è soltanto una tradizione.

In un afflato liberalista si potrebbe pensare che quel grembiule sia destinato a far sentire i ragazzini soltanto "un mattone nel muro", che appiattisca la personalità come vuole ogni totalitarismo degno di questo nome. Ma all'altro capo del dilemma - ormai annoso - c'è l'osservazione che - senza grembiule - i piccoli vengono presto trascinati nella sarabanda consumistica della griffe più bella. Oltre che non esser "liberi" di giocare, lavorare o disegnare per non insudiciare il capo per cui mamma (o papà) hanno speso un bel po' di soldi.

Di fatto, in termini di norme condivise, quali le consuetudini, il grembiule non sembra esser più sentito come un obbligo. In una società dove l'individuo è sempre più messo di fronte a scelte, dove l'esistenza si realizza nello scegliere ed a subire l'insoddisfazione della scelta effettuata per "consumare" un'altra opzione che si prospetta all'orizzonte, quel pezzo di tela è uniformante destinato a rimanere nell'armadio. Confligge con l'illusione della libertà che il consumo profonde in noi. Colpisce che anche chi lo ha acquistato per i propri figli magari non lo faccia indossare subito: «Volevo vedere se lo portavano». E così una spirale silenziosa trascinerà magari anche coloro che avevano avuto il "coraggio" di vestire alla scolara verso l'abbandono del grembiule. Il paradosso potrebbe essere che chi non lo aveva il primo giorno si presenti - stavolta davvero solo - con il camice il secondo.

Eppure una possibile soluzione al dilemma c'è. Ed è a dir poco "moderata", sebbene involontariamente a suggerirla è l'osservazione di quanto fece un estremista, Adel Smith, che avrebbe mostrato in un telegiornale, tempo fa, i grembiulini dei suoi bambini con stampati davanti e sulla schiena i versetti del Corano. Ognuno insomma può "personalizzare" i propri grembiuli, salvando individualità o il piacere di "scegliere", ma nel contempo identificarsi come membro di un gruppo, la scuola, appartenere al quale costituisce - assieme alla famiglia, agli amici ed ai mezzi di comunicazione - un fondamentale agente di socializzazione. Ovviamente per arrivarci esistono due strade, che si possono unire: imporre l'obbligo con i regolamenti di istituto condivendone le modalità tra genitori. Utopia?




permalink | inviato da il 16/9/2004 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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